Quali sono i trend recenti dell’export agroalimentare italiano?

I dati fotografano un settore in crescita nei mercati internazionali, capace di giocare un ruolo da assoluto protagonista nel 2020. E anche quest’anno si preannuncia ricco di opportunità per le nostre imprese esportatrici.

export agroalimentare/agri-food exports 2

Con un fatturato da oltre 203 miliardi di euro, il 21% dei quali generati all’estero, l’agroalimentare è storicamente uno dei comparti chiave dell’economia italiana. Il 2020 sembra non aver scalfito questa posizione di leadership, conducendo anzi a risultati migliori rispetto a quelli del 2019.

Lo testimonia quanto riportato da UILA: l’anno passato si è concluso con un aumento dell’export dell’1,9% per un totale di oltre 46,1 miliardi di euro. Ovviamente, le performance sono differenti all’interno del settore, con filiere che hanno registrato risultati eccellenti – come per il conserviero e i prodotti da forno – e altre che hanno dovuto affrontare maggiori difficoltà. Un esempio è quello del vino, che dopo un anno lontano dai tassi di crescita del passato torna ora a guardare ai mercati esteri.

Diverse sono anche le performance dell’export agroalimentare nei vari Paesi del mondo, con partner storici come Regno Unito e Stati Uniti che hanno visto calare gli scambi per alcune categorie di prodotti, mentre la Cina si riconferma una meta imprescindibile per il nostro commercio internazionale.

Le filiere: ottimi risultati per conserve, prodotti da forno e pasta

Come anticipato, emergono dati particolarmente positivi per alcune eccellenze del Made in Italy, in primis conserviero, prodotti da forno e pasta.

L’andamento di queste merceologie dimostra infatti come i prodotti italiani continuino a essere largamente apprezzati dai consumatori di tutto il mondo, dentro e fuori l’Unione Europea. Conserve e sughi pronti non hanno conosciuto crisi nel corso del 2020, con l’Italia che si riconferma terzo produttore mondiale di pomodoro dopo Stati Uniti e Cina.

Durante i primi otto mesi dell’anno passato, l’export dei suoi derivati è aumentato del 9,44% in valore e del 2,64% in volume: cifre che, secondo Anicav (l’associazione che riunisce i principali operatori del settore), prospettano un andamento positivo anche nei mesi a venire, soprattutto alla luce di una riapertura dei canali Horeca. Dal punto di vista territoriale, l’export conserviero ha visto in prima linea le regioni del Sud, con vendite in crescita rispetto al 2019 per province come Napoli e Salerno.

I prodotti da forno sono poi un’altra componente essenziale del nostro export agroalimentare, capace di generare un fatturato da oltre 2,3 miliardi di euro nel primo semestre del 2020. Un risultato a cui contribuiscono le produzioni specializzate di province del Nord e del Mezzogiorno come Parma, Napoli e Avellino.

prodotti da forno/bakery products

All’ottimo andamento di questa merceologia si affiancano i risultati eccellenti della pasta, da sempre tra i prodotti di punta del food nostrano: durante l’anno passato le esportazioni si sono assestate intorno ai 3,1 miliardi di euro, facendone il prodotto italiano più consumato all’estero. Accanto agli Stati Uniti – dove il consumo è balzato in avanti addirittura del 40% – si rileva un deciso aumento della domanda anche in Australia (+39%), Cina (+23%) e Giappone (+16%) come riportato da Coldiretti.

Le destinazioni dell’export: dove crescere nel 2021

Come già accennato, partner storici del nostro Paese quali Stati Uniti e Regno Unito hanno visto calare parzialmente gli scambi agroalimentari.

Negli USA in particolare, l’emergenza sanitaria e i dazi doganali hanno colpito alcune merceologie di prodotti come formaggi, liquori e spiriti. Il calo è stato compensato dall’aumento della domanda per altre merceologie, tra cui la già citata pasta e l’olio d’oliva. Fa ben sperare la sospensione di quattro mesi dei dazi statunitensi sui beni europei annunciata di recente dalla Commissione Europea, che in Italia aveva colpito soprattutto i formaggi freschi e stagionati destinati al mercato US.

Dati più pesanti si sono invece registrati a inizio anno per quanto riguarda l’export verso il Regno Unito. Qui le esportazioni alimentari sono diminuite, ma con perdite decisamente più contenute rispetto al dato medio che a gennaio ha visto scendere del 40% i nostri scambi con Londra.

Nell’era post-Brexit le imprese dovranno adottare nuove strategie per continuare a essere presenti nell’area in modo efficace: tra queste, una riorganizzazione della supply chain per garantire la provenienza comunitaria dei prodotti ed evitare così i dazi previsti dagli accordi siglati con l’Unione Europea a dicembre.

Per quanto riguarda proprio la UE, l’agroalimentare italiano continua a registrare buoni risultati in Germania (+5,7%), una nazione che per tutto il 2020 ha mantenuto la sua solida relazione commerciale con il nostro Paese. Performance positive emergono in Scandinavia, in particolare per prodotti come il vino, che anche in Est Europa e nei Paesi Baltici ha visto proseguire la propria crescita degli ultimi anni.

In aumento anche le esportazioni di latte e derivati verso il Belgio, dove gli scambi per questa categoria sono cresciuti dell 11,6% durante lo scorso anno.

Uscendo ancora una volta dall’Europa, si segnala la posizione della Federazione Russa, da sempre partner fondamentale dell’Italia. Qui il nostro agroalimentare ha indubbiamente sofferto gli effetti negativi della situazione sanitaria, mantenendo tuttavia la propria posizione di rilievo per quanto riguarda caffè torrefatto, olio d’oliva e pasta. Da tempo infatti, i consumatori russi sono attenti alla dieta mediterranea, vista come sinonimo di qualità e ricercatezza.

Non mancano dunque trend interessanti e segnali positivi che spingono a guardare ai prossimi mesi con determinazione: una ripartenza all’insegna dell’export agroalimentare non solo è possibile ma anche necessaria, considerato il peso di questo comparto nell’economia nazionale.

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